Per adesso non è un cambiamento di legge. In pieno stile trumpiano, è solo un'applicazione più muscolare di una normativa che esiste da anni. In sostanza, c'è un ordine esecutivo che risale al 13 marzo scorso che sollecita la Federal Trade Commission (FTC) ad aumentare la vigilanza sulle dichiarazioni relative all'origine americana dei prodotti, valutando con attenzione tutti quei casi in cui si viola o comunque si "forza" un regolamento pensato per tutelare il "Made in Usa" e per trasformare una tipica postura di marketing in una realtà oggettiva e documentata.
Come già avviene in un contesto come quello italiano, anche negli Stati Uniti ci sono ampie zona di ombra in un settore come quello dell'abbigliamento; cioè in un settore caratterizzato da filiere molto lunghe, frammentate e a calibro globale. Ci sono margini di relativa arbitrarietà in cui spesso si insinuano prodotti che di Made in Usa o di Made in Italy, per esempio, hanno poco. D'ora in avanti, però, la possibilità di spendere il Made a stelle e strisce per prodotti che sono realizzati con materie prime provenienti dall'estero, e con processi di assemblaggio dislocati anche solo parzialmente, potrebbe essere considerata una palese violazione dello standard legale. L'ordinanza governativa, infatti, obbligherà le aziende a garantire che dichiarazioni di origine fino a oggi un po' vaghe siano d'ora in avanti supportate da prove dettagliate e puntuali, come registri dei fornitori, analisi dei costi e schemi di produzione in grado di superare un attento esame da parte delle autorità di controllo. Affermazioni generiche o le semplici dichiarazioni dei fornitori difficilmente saranno sufficienti. L'intento dell'amministrazione trumpiana è evidentemente quello di tutelare la buona fede del consumatore, soprattutto di quello patriottico, e dunque più sensibile - nei comportamenti di acquisto - ai messaggi che fanno leva proprio sull'orgoglio nazionale.
A prima vista sembrerebbe una questione assolutamente interna al mercato statunitense. C'è tuttavia un aspetto che potrebbe rivelarsi rilevante per tutti. Cioè, pure per i prodotti che, per esempio, dichiarano un "made in" europeo. Il punto è che l'ordinanza incarica la FTC di valutare anche le piattaforme di vendita (Amazon, Wallmart, ecc) per accertare se abbiano o meno attivato procedure di verifica sulle dichiarazioni relative all'origine del prodotto. In buona sostanza, la responsabilità viene estesa dai produttori, ossia da coloro che formulano tali dichiarazioni e magari le affidano a un'etichetta, anche a coloro che si occupano della distribuzione. Sebbene l'intervento del Governo per adesso sia focalizzato sul Made in Usa, è tuttavia ragionevole prevedere che, una volta che le piattaforme digitali abbiano implementato una procedura di controllo sull'origine, tale controllo sia esteso a tutti i prodotti, a prescindere dal paese di provenienza.