Cina, tra crescita e cambiamento

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Diffidato come fornitore, ambito come cliente: è il giudizio ambiguo che grava sul mercato cinese, soprattutto adesso che la sponda occidentale dell'Atlantico appare poco stabile e soggetta a cambiamenti rapidi e talvolta estemporanei. Le grandi case della moda europea - ovvero, i pochi gruppi che detengono il cosiddetto lusso - continuano a sollevare eccezioni di ordine etico là dove le filiere incrocino, anche solo marginalmente, il colosso industriale orientale. Il made in China, anche quando sia limitato a sottocomponenti quasi invisibili, resta un argomento tabù. Ma con uno strabismo un po' ipocrita, la Cina torna ad essere un partner accettabile quando si parla in termini di mercato e si fanno progetti di sviluppo. E' un equilibrio fragile, che ha il difetto di ignorare - o comunque, di considerare con una certa sufficienza - il sentimento intimo del consumatore cinese e la sua rapida evoluzione culturale.

Molti osservatori rilevano da tempo come il prodotto moda che nasce dal contesto cinese abbia raggiunto un livello molto alto. Non tanto e non solo per gli aspetti strettamente produttivi, cosa che è acquisita da almeno un ventennio. Quanto per il design e per la visione estetica che viene messa in campo. In questa progressiva eclissi dell'egemonia culturale europea, le linee di sviluppo un tempo periferiche stanno acquistando piena cittadinanza nel villaggio globale della moda. Un altro indice rilevante, a conferma dei mutamenti in atto nei rapporti di forza tra Occidente e Oriente, è lo "scambio" di talenti. Se molti giovani designer cinesi sono stati arruolati nelle maison europee, è vero anche il contrario. Un nome tra tutti, quello di Kim Jones, che dopo un'esperienza più che decennale ai vertici del gruppo LVMH (prima in Louis Vuitton, poi in Dior) adesso è direttore creativo del colosso cinese Bosideng. Sei anni fa, quando Stefano Pilati - appena uscito dal gruppo Zegna - aveva avviato una collaborazione con Li-Ning, si preferì lasciare la cosa sotto traccia. Adesso Kim Jones ne parla con grande enfasi, dando per scontato che questo incarico non possa compromettere la sua reputazione di designer.

La verità è che la Cina ha cessato da tempo di essere una riserva di caccia a beneficio di imprenditori occidentali in cerca di un contesto produttivo qualificato e a basso costo. Una visione grezza e primitiva, che il colosso orientale si è ormai tolta di dosso. L'Occidente corre il rischio di fermarsi al leggero recupero di fiducia che i consumatori cinesi hanno fatto registrare nel 2025. Come se fossero i prodromi di una ripresa per ora modesta ma destinata a crescere. Questo dato è reale ma va letto in un contesto più ampio. Per esempio, la direzione dell'Aviazione Civile cinese prevede che i viaggi aerei aumenteranno del 5% durante il periodo delle festività attuali, quelle che si riferiscono all'inizio dell'anno lunare, che cade proprio oggi, 16 febbraio. Nello stesso tempo, molti analisti rilevano per il consumatore orientale lo spostamento verso le "esperienze" che ha già investito e trasformato, forse irreversibilmente, l'uomo occidentale. Piuttosto che possedere, meglio provare. Piuttosto che avere, si sceglie di sentire, con viaggi, cucina e benessere che sono diventati i veri obiettivi della generazione Z.

Quest'insieme di premesse, hanno una conclusione. Se il prodotto a piena paternità cinese è cresciuto, se il mainstream ha dato piena legittimità a quanto viene elaborato in Oriente, se la propensione per il consumo di beni di lusso si riduce a vantaggio di altre voci di spesa più esperienziali, allora non ci sono ragioni che impediscano al consumatore cinese di rivolgersi all'offerta di prodotto interno; un'offerta sempre più vasta, sempre più credibile, ormai articolata sul diversi livelli di qualità e di prezzo. E questo, come attestano molte analisi quantitative, è proprio ciò che sta accadendo.


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