Se volessimo fare un elenco di eventi che di recente hanno impattato e stanno impattando sul sistema moda, in tutti i suoi livelli ed articolazioni, rischieremmo di perdere molto tempo e saremmo comunque parziali. Pandemia, Intelligenza artificiale, dazi, guerre: sono solo alcuni, forse quelli più evidenti. Questa forma di tempesta quasi perfetta ha innescato, nel corso dell'ultimo anno solare, un cambio di poltrone, prima nelle direzioni creative e, a seguire, nel management, che ha pochi precedenti nella storia del settore. Ma il rischio è quello di fermarsi a questo livello, andando a sottolineare come decisivi gli eventuali elementi di continuità o di discontinuità creativa.
L'impressione è che i veri mutamenti stiano avvenendo a un livello molto più profondo. E' in corso un processo di ridefinizione del concetto di lusso, alla luce di un'evoluzione che ha, da un lato, accresciuto il senso medio di consapevolezza del consumatore e, dall'altro, ha introdotto nel comportamento di acquisto - e più in generale, nel rapporto che abbiamo con gli oggetti - una lunga serie di istanze morali. Non è detto che aziende e consumatori stiano diventando più virtuosi. Ma è persino ovvio che questi criteri di carattere etico stiano diventando un banco di prova su cui misurare la tenuta del consenso e, in definitiva, dei prezzi.
Questo mutamento di prospettiva, oggi può rendere pertinenti anche le voci che fino a ieri erano intrinsecamente irrilevanti. Adesso che il focus sta passando dal design alla filiera, dalla forma delle cose alla qualità dei processi e dei contesti che le hanno generate, diventano rilevanti anche le voci di chi, appunto, parla da dentro il sistema. Che è appunto il nostro caso.