Elogio dell'imperfezione
Chanel, finale di sfilata al Grand Palais. Era il 2005 e il digitale annunciava un futuro roseo

Elogio dell'imperfezione


Condividi questo post

E' possibile che l'intelligenza artificiale ci abbia già stancato. Anche se siamo lontani anni luce dal pieno sviluppo (e anche dalla semplice comprensione) di tutte le sue vaste potenzialità, quella sua accuratezza sintetica sta volgendo in diffidenza la gratitudine con cui, inizialmente, rispondevamo alla gentile condiscendenza dei chatbot. Tutti avvertiamo non tanto il rischio di un possibile strapotere della macchina, quanto il lento sprofondare in un mondo popolato di immagini, di testi e di oggetti livellati su una medietà forse accettabile ma troppo omologata. Un po' come è accaduto agli alimenti veicolati dalla grande distribuzione: magari buoni, ma ormai incapaci di preservare e restituire l'ampiezza delle tipicità locali. La mediocrità ha vinto sull'eccellenza.

Davanti a questo sviluppo digitale a progressione geometrica, che rischia di trasformare l'umanità in un feudo dell'algoritmo, tutto ciò che è artigianale e unico sta assumendo la funzione di un antidoto. Craft - la parola inglese che internazionalmente identifica il "fatto a mano" - appare come una sorta di contro-movimento salvifico: un appello all'autenticità, alla comunità e, in definitiva all'umano, in un mondo sempre più dominato da potenze sovrumane. L'intelligenza artificiale può generare immagini e tesi di laurea in un batter d'occhio; Può sintetizzare, analizzare o organizzare quantità enciclopediche di dati. Può progettare velocemente e in forme che, in apparenza, sono sempre più creative. Al contrario, ciò che è artigianale appare lento, imperfetto, unico e per questo umano. Ciò che proviene dalle IA appare freddo e di una precisione inesorabile, cioè sublimato. Invece, craft è incarnato.

Dal punto di vista del prodotto, c'è la prospettiva concreta che l'intelligenza artificiale diventi da un lato il committente effettivo dell'oggetto, dall'altro il criterio progettuale ultimo. Che questa visione non sia solo frutto d'isterismo, lo confermano alcuni dati relativi al mercato on line e allo sviluppo del cosiddetto commercio agentico. Con questa formula si indica un acquisto che è stato mediato dall'intelligenza artificiale. Il settembre scorso OpenAI ha presentato lo strumento "Instant Checkout" che è integrato all'interno di Chat GPT. Questo strumento consente ai consumatori di chiedere al chatbot di trovare un prodotto sulla base di indicazioni che partono dalle proprie esigenze personali. L'intelligenza artificiale risponde esattamente come un personal shopper, presentando una selezione di articoli drenati dalla rete con criteri che sono dettati dagli algoritmi specifici dell'IA. Grazie a Instant Checkout, il cliente potrà acquistare e organizzare la spedizione senza mai uscire dalla chat. 

Questo tipo di evoluzione dei meccanismi di vendita, che tutti reputano imminente e destinata a imporsi su vasta scala, prima di tutto andrà a incidere sulle aziende e sulla modalità di dialogo coi propri consumatori, che cesserà almeno in parte di essere diretto. Le aziende dovranno comprendere quali siano i modelli linguistici attraverso cui le IA cercano informazioni. E dovranno modificare le strategie con cui attualmente i loro siti e i loro prodotti vengono resi più visibili su Google e su gli altri motori di ricerca. Le aziende saranno costrette a cambiare e, certamente, anche a cedere una parte del controllo ad agenti intermedi, cioè alle IA.

Questa rivoluzione a valle della filiera potrebbe avere un corrispettivo anche a monte, nelle fasi progettuali. Ovvero, il fatto che l'intelligenza artificiale guidi la fase di vendita potrebbe, alla lunga, determinare che sia essa stessa a determinare i criteri di progettazione del prodotto, fino ad arrivare alla gestione piena della progettazione, con una progressiva marginalizzazione dell'apporto umano. Già in molti uffici stile, certamente in quelli più grandi, parte significativa del lavoro preparatorio di una collezione è ormai affidato ai chatbot, con buona pace delle giovane leve che si vedono precluse le vie di accesso più tipiche al settore.

Non è pertanto un caso che, nel giro di un anno, le ricerche su Google con parole chiave come artigianato, fatto a mano, ricamo o uncinetto siano aumentate del 18% superando di gran lunga la mania del fai da te della stagione pandemica. Con una prospettiva molto più generale, lo studioso di arte e design Glenn Adamson, osserva come il concetto di artigianato - con le sue connotazioni di fatto a mano e di savoir faire tradizionale - non si sia precisato prima della seconda metà del XIX secolo, in contrapposizione con lo sviluppo del prodotto industriale su vasca scala. Prima di allora era una distinzione che non aveva senso perché tutto, alla fine, era artigianale. A partire da quel momento, la cultura occidentale ha per lungo tempo assegnato al prodotto artigianale un ruolo subalterno, con un riflesso immediato nei dati economici. Ovvero, nella scarsa consistenza degli stipendi e della reputazione degli artigiani. Alla progressiva correzione di questa visione ha certamente contribuito il prestigio dell'alta moda, che non è stato intaccato nemmeno dalle evoluzioni sociali, che di fatto hanno assegnato a quel tipo di abbigliamento una consistenza semi onirica.

L'ultima sfilata maschile di Prada

E' di questi giorni un'intervista ad Alex Dumas, CEO di Hermès, in cui si annuncia un ingresso imminente nel settore dell'haute couture con la costruzione in parallelo di un laboratorio, nella periferia parigina, che dovrà dare corpo e struttura a questo progetto. Un laboratorio di una trentina di persone che avranno il compito di difendere il sapere artigianale. Un sapere che non si apprende sui libri ma che si può solo trasmettere e apprendere attraverso la relazione diretta e la pratica. Un sapere umano, per l'appunto sottratto alla giurisdizione potenziale delle intelligenze artificiali. Non c'è dubbio che, per i marchi del lusso, l'alta moda rappresenti la forma principale di risposta alla massificazione del prodotto, che pure viene cavalcata, se non altro per difendere la consistenza dei fatturati.

Ma è l'unica risposta possibile? Su questo fronte è chiaro che ci muoviamo in un ambito fortemente congetturale. Si tratta di tirare alcune conclusioni a partire dalle premesse. Ovvero, dal rigetto progressivo di tutto ciò che appare eccessivamente standardizzato e regolare. La scelta di un designer come J.W. Anderson di integrare progressivamente l'artigianato nel suo universo creativo - prima come direttore della Loewe, poi nella sua linea, quindi in alcuni pezzi della Dior - appare molto sintomatica. Ci lascia prevedere una progressiva accentuazione, anche in ambiti parziali, di lavorazioni che lasciano sul prodotto una forte impronta umana. Tuttavia, è possibile che questa ritrovata passione per l'imperfetto possa avere esiti anche più popolari e accessibili. Ad esempio, nel recupero - anche da parte del prodotto di fascia alta - di un'immagine più irregolare e vissuta, nel complesso meno precisa e controllata. Quell'immagine che solitamente nasceva dai cesti delle tintorie più o meno industriali.


Condividi questo post

Sii il primo a sapere

Unisciti alla nostra comunità e ricevi notifiche sulle prossime storie

Iscrizione in corso...
You've been subscribed!
Qualcosa è andato storto