Le temperature estive, con i vari record che hanno fatto registrare, non sono solo un argomento di conversazione; sicuramente quello più diffuso in questo ultimo scorcio d'estate. Sono, probabilmente, anche un punto di svolta nelle politiche industriali, almeno in quelle del settore tessile. C'è un senso di urgenza che prima non c'era. Si fa strada una consapevolezza che il tema ambientale richiede misure e iniziative totalmente diverse.
Il tema del clima non è ovviamente nuovo. Inizialmente, le aziende si sono mosse con un'impostazione strategica, nella convinzione che il problema fosse di carattere generale, abbastanza dilazionato e dilazionabile nel tempo; cioè da affrontare con iniziative di carattere generico: si riducono le emissioni progressivamente, si comprano "certificati", si scelgono materie prime con un buon profilo green, si adotta nel complesso una postura più responsabile. Fa bene all'immagine e fa bene all'ambiente. O, almeno, gli fa meno male.
Poi sono arrivate le norme, gradualmente ma sempre più stringenti e impegnative. E man mano che il quadro legale cambiava, le aziende hanno trasformato il tema ambientale in una questione di conformità. Infine, sono arrivate le ultime estati roventi, i cataclismi sempre più frequenti, le stagioni aride come un deserto. Eventi estremi che hanno minacciato raccolti e bestiame. Così il tema ambientale è diventato un problema concreto che investe le catene di approvvigionamento di tutti e, più in particolare, dei marchi che si affidano a materiali naturali come cotone, lana, pelle e cashmere. Da problema generico e da questione di ordine legale, quello del clima è diventato un problema molto concreto e quasi drammatico. Con le aziende che stanno progressivamente comprendendo che le risposte necessarie hanno un carattere altamente specifico.
Ogni materiale richiede un approccio completamente diverso. Ciò che funziona per il cotone in India potrebbe avere poca rilevanza per la pelle in Europa e in Brasile o per la lana in Sudafrica. Climi, ecosistemi e condizioni agricole diversi richiedono interventi su misura a livello locale, che vanno dall'agricoltura rigenerativa e dalla riduzione del consumo idrico alla prevenzione della deforestazione. Anche nell'ambito della stessa coltura, le risposte non possono che essere diverse, sulla base delle problematiche del territorio specifico e della cultura agricola di chi lo lavora.
Inoltre, interventi apparentemente semplici possono risultare complessi da attuare. Adattare la produzione di cotone ai rischi climatici può significare piantare su terreni leggermente rialzati per ridurre l'esposizione alle inondazioni, migliorare la ritenzione idrica o utilizzare la pacciamatura per proteggere il suolo. Alcune di queste pratiche, ora raggruppate sotto l'etichetta di agricoltura rigenerativa, sono adattamenti di tecniche utilizzate dagli agricoltori locali da generazioni. Tuttavia, l'attuazione di tali misure richiede investimenti e tempo.
Alcuni marchi hanno stipulato contratti a lungo termine e applicato prezzi maggiorati per supportare gli agricoltori nel cambiamento delle loro pratiche. Ma la scalabilità rappresenta una sfida importante. La maggior parte dei marchi non ha rapporti diretti con i propri fornitori di materie prime, né visibilità sulla loro provenienza. E applicare prezzi maggiorati è difficile quando i margini di profitto sono ridotti. Molti marchi di moda non sono proprio abituati a pensare in questo modo e le inerzie del sistema rendono molto difficile farlo in modo significativo, al di là dei progetti pilota.
La crescente regolamentazione sta spingendo le aziende ad affrontare alcuni di questi punti deboli, ma ha anche indotto alcune a considerare la natura solo una questione di conformità, piuttosto che una questione esistenziale: l'estate che ci lasciamo alle spalle potrebbe rivelarsi decisiva proprio nel cambio di questa prospettiva e nell'abbandono di una mentalità legalista. Anche gli schemi di certificazione potrebbero, alla lunga, rivelarsi insufficienti, proprio per il loro carattere generico.
E' indispensabile che le aziende - a cominciare dai grandi marchi - pensino seriamente a come saranno le filiere agricole tra cinque o dieci anni. Non le filiere in generale, ma quelle che stanno alla base del loro prodotto. 0In alcune zone dell'India e del Pakistan, le temperature possono ora superare i 50°C nei picchi massimi, rendendo il lavoro all'aperto pericoloso, se non addirittura fatale. Ciò significa che una strategia pensata per garantire l'approvvigionamento di cotone deve tenere conto sia della coltura ma anche e soprattutto di coloro che la portano avanti. E non solo per ragioni di carattere etico. Quelle, in teoria, valevano anche prima.