I dazi, da condanna a occasione

I dazi, da condanna a occasione


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Per un processo di eterogenesi dei fini, l'intervento con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato i dazi imposti dall'amministrazione americana potrebbe trasformare Trump in un paladino dei diritti civili. E allineare la sua politica di controllo sulle filiere produttive agli standard che l'Europa è in procinto di introdurre, per esempio, attraverso il passaporto digitale di prodotto.

E' ciò che sta emergendo in queste ore, dopo che per due giorni, a Washington, l'agenzia federale responsabile della negoziazione degli accordi commerciali internazionali ha passato a setaccio i regolamenti di oltre 60 paesi produttori ed esportatori. Il punto era quello di esaminare se i paesi che non vietano le merci prodotte con il lavoro forzato stessero ottenendo un qualche vantaggio commerciale sleale e dunque tale da giustificare l'imposizione di nuove tariffe. Detto in altri termini, dopo che Trump ha tentato invano di introdurre i dazi facendo leva sull'International Emergency Economic Powers Act, adesso sta valutando di farlo ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. Cioè in base alle leggi statunitensi che vietano l'importazione di merci prodotte con il lavoro forzato; leggi che risalgono addirittura al 1930 ma che sono state ribadite in più occasioni e anche di recente, per esempio nel 2022, con l'introduzione dell'Uyghur Forced Labor Prevention Act, incentrato sulle merci provenienti dalla regione cinese dello Xinjiang.

Questo spostamento di approccio potrebbe avere conseguenze enormi. Se nel primo caso, cioè con i dazi motivati economicamente, si incideva sui prezzi delle merci (e magari anche sull'andamento inflattivo) ma senza alterarne la possibilità di circolazione, in questo secondo caso - ovvero con il ricorso al Trade Act - il pagamento del dazio potrebbe non essere sufficiente. E le merci potrebbero essere comunque bloccate a causa della scarso impegno del paese di provenienza sul fronte del lavoro forzato. Per le aziende del settore moda, si tratta di due rischi distinti ma sovrapposti: i dazi doganali e i divieti di ingresso del prodotto.

Nell'eventualità che passi questa linea, qualora gli Stati Uniti stabiliscano che un Paese non sta facendo abbastanza per prevenire le importazioni derivanti dal lavoro forzato, possono non solo imporre dazi doganali sulle merci provenienti da quel mercato, aumentando i costi di approvvigionamento, ma possono anche bloccare le singole spedizioni. Non è indispensabile che i paesi di provenienza pratichino il lavoro forzato. E' sufficiente che non abbiano divieti di importazione dello stesso tipo o magari con la stessa formulazione degli Stati Uniti, con una dose di vaghezza che apre il campo a decisioni arbitrarie e mirate.

La conseguenza sarebbe quella di gravare le aziende con l'onere di dimostrare che i loro prodotti non fanno ricorso al lavoro forzato lungo tutti gli anelli della catena produttiva, pena il trattenimento alla frontiera tramite un cosiddetto "ordine di blocco" (Withhold Release Order). Anche dopo il pagamento di un dazio doganale, ai prodotti potrebbe comunque essere negato l'ingresso, qualora l'azienda non fosse in grado di esibire una filiera produttiva trasparente. L'esito finale delle udienze sarà chiaro solo nelle prossime settimane, e riguarderà le aliquote tariffarie per i singoli paesi, l'elenco dei prodotti che saranno oggetto di un eventuale divieto, gli standard legali che i paesi esportatori dovranno adottare e, soprattutto, la data di entrata in vigore di questo regime tariffario.

L'impressione, tuttavia, è che questo passaggio ci sarà e avverrà a breve. E qualunque possa essere la sua formulazione definitiva, è altamente consigliabile che le aziende si affrettino a mettere a punto il proprio schema di tracciabilità, qualora non lo abbiano fatto fino a oggi. Se per le aziende europee, si tratta di un tema in agenda da anni, non così per le case americane. O di altra bandiera. Sarà una sfida significativa - e forse anche un'occasione - in un settore basato su catene di approvvigionamento complesse e fatte da più livelli. Un singolo capo di abbigliamento può utilizzare cotone coltivato in un paese, filato in un altro, tessuto in un terzo e assemblato in un quarto, con il risultato che molti marchi hanno ancora una visibilità assai limitata, al di là dei fornitori diretti. Ma con l'ultima capriola di Trump questo potrebbe cambiare.


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