Tessile Giappone, così lontano, così vicino
Una mappa delle esportazioni giapponesi, paese per paese, relativa al 2024

Tessile Giappone, così lontano, così vicino


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Dal molti punti di vista, il contesto giapponese è quello che più assomiglia al contesto italiano. Le analogie non si limitano alla consistenza storica della tradizione tessile. O alla struttura industriale altamente polverizzata, aldilà dei cinque o sei colossi che nella nazione orientale tengono in mano una sorta di oligopolio dei materiali sintetici. La lista include Tejin, Komatsu, Toray e pochi altri nomi. Le analogie si allargano al settore manifatturiero che, come quello italiano, poggia su una solida filiera fatta di aziende anche microscopiche che coprono ogni ambito della lavorazione e provvedono ogni sottocomponente del prodotto di abbigliamento. In definitiva, il Giappone rappresenta per l'Oriente e l'area Pacifica, quello che l'Italia rappresenta per l'Europa e l'area Atlantica.

Non sono dunque privi di interesse i dati che in questi giorni sono usciti attraverso l'Oec, ovvero l'Observatory of Economic Complexity, la piattaforma web di visualizzazione e analisi di dati sul commercio internazionale nata, nel 2012, all'interno del Mit di Boston, come tesi di master di Alex Simoes. Trasformata più di recente in un progetto open source, aggrega e trasforma milioni di dati relativi a esportazioni e importazioni e li trasforma in mappe intuitive. Nel caso dei numeri relativi al Giappone, alla base ci sono le informazioni fornite da UN Comtrade (United Nations Commodity Trade Statistics Database), che è il database ufficiale delle Nazioni Unite per le statistiche del commercio internazionale.

La mappa delle importazioni giapponesi, sempre relativa al 2024

Secondo questi dati, nel 2025 il Giappone ha esportato prodotti tessili per un valore di circa 6,2 miliardi di dollari (1.010 miliardi di yen), collocandosi al 17° posto a livello mondiale, dietro a potenze tessili come Cina, Bangladesh, Vietnam, Germania o Italia. L'impressione è che Tokjo abbia ormai perduto lo scettro dell'innovazione sulle materie sintetiche. I dati sembrano suggerirlo. Nel 2025, il Giappone ha esportato prodotti tessili per un valore di circa 6,87 miliardi di dollari, facendo del tessile il 12° prodotto più esportato del Paese. Nello stesso periodo, tuttavia, ha importato prodotti tessili per un valore di circa 32,9 miliardi di dollari, con un disavanzo di oltre 26 miliardi. La principale provenienza delle importazioni tessili è stata la Cina, che da sola ha venduto al Giappone oltre 16 miliardi di prodotti tessili, tra materie prime e soprattutto capi confezionati. Vietnam, con circa 5,69 miliardi, Cambogia, con circa 1,50 miliardi, Bangladesh e Myanmar, rispettivamente con 1,44 miliardi e 1,34 miliardi, rappresentano le altre voci importanti dell'import di capi finiti.

A conti fatti, è la Cina che sta diventando il grande player dei materiali sintetici, come indirettamente conferma Kaoru Imajo , direttrice della Japan Fashion Week: "Non sono sicura che il Giappone sia ancora il paese più innovativo nel settore tessile". E questo non sorprende, in una fase ormai più che decennale di grande attenzione agli aspetti di sostenibilità e di tracciabilità. Non che le aziende giapponesi abbiano ignorato la tematica. O che l'abbiano affrontata con superficialità. Semmai, il problema è che le sue credenziali etiche e ambientali peccano di un certo minimo grado di evidenza e intelligibilità sul mercato globale. Pur essendo molte aziende attente all'ambiente, gli standard sviluppati a livello locale non sono sempre chiari agli acquirenti internazionali né allineati con i parametri di riferimento globali. A differenza di quanto avviene in Cina, a Taiwan o Korea, in cui le aziende hanno dimostrato maggiore reattività e capacità di addattanento ai nuovi indirizzi di mercato.

La stessa Karou Imajo individua nella Corea del Sud il principale sfidante. L'ambiziosa strategia lanciata un paio di anni fa sta già dando i suoi frutti, con l'intento di affermarsi come leader nei materiali ecocompatibili e nella progettazione di prodotti avanzati basata sull'intelligenza artificiale. Ma le aziende di Taiwan, Hong Kong e, soprattutto, Cina continentale non sono così lontane, anche grazie alla leadership che stanno acquisendo sul fronte dello sviluppo e dell'utilizzo delle AI.

In questo contesto, le esportazioni tessili giapponesi sono rimaste stabili nell'anno conclusosi a marzo 2026, mentre nei tre anni precedenti avevano fatto registrare dei cali. Imajo sostiene che, "sebbene il settore tessile giapponese non sia più all'avanguardia nell'innovazione, la sua reputazione di produttore di tessuti pregiati di alta qualità rimane un forte richiamo". Come per l'Italia, anche per il Giappone, l'unica carta giocabile sembra essere quella dei tessuti di alta gamma, sostenuti e resi credibili da una tradizione plurisecolare. Emblematico, a questo riguardo, il caso di un'azienda come Hosoo, un lanificio fondato nel 1688 le cui origini risalgono all'industria della seta di Kyoto del VI secolo. Molti dei suoi tessuti pregiati continuano a sfilare sulle passerelle occidentali. L'azienda, ora guidata dalla dodicesima generazione della stessa famiglia e fornitrice di marchi come Louis Vuitton, Dior, Chanel e Gucci, sta investendo in telai all'avanguardia e processi basati su software per supportare il rinnovamento delle sue tecniche di tessitura Nishijin-ori e dei tessuti per kimono. Questo mix di tradizione e innovazione appare, cioè, come l'elemento commercialmente più efficace, a fronte di un settore del lusso che non può fare a meno di riferirsi alla propria tradizione ma neppure sedersi, lasciandosi trasportare da una corrente che non è necessariamente favorevole.


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