Il suo progetto iniziale era quello di entrare sul mercato con un brand proprio. Ma davanti a una serie interminabile di ostacoli, William Lasry ha compreso che la sua strada era un'altra; il suo destino era quello di spianare il percorso (o di provare a farlo) a tanti giovani designer che debbono fare i conti con le difficoltà della produzione. Infatti, in un'epoca in cui i mezzi di comunicazione sono straordinariamente accessibili - e in cui anche la creazione stessa rischia di diventare largamente automatizzabile - gli ostacoli si concentrano proprio su questo fronte. Cioè, quando dalla visione si deve passare alla realtà, perché alla fine ogni processo creativo - quando si parla di moda - deve pur approdare a qualcosa di tangibile e, soprattutto, indossabile.
E' con questo obiettivo che nel 2023, Lasry ha lanciato Glass Factory, ovvero "l'unica piattaforma - a suo dire - che ti mostra le vere fabbriche che si celano dietro alcuni dei migliori marchi di moda al mondo, complete di foto, video, quantitativi minimi d'ordine, tempistiche di produzione e pulsanti di contatto per permetterti di metterti in contatto direttamente con loro". Sull'unicità della sua proposta possono esserci alcuni dubbi. Resta tuttavia il merito di aver creato uno strumento, sicuramente uno dei pochi, in grado di favorire l'incontro tra mondo del design e sistema di fornitura, con uno sguardo globale e ben focalizzato sulle tipiche problematiche di chi è alle prese con una start up: quantitativi bassi, esigenze qualitative elevate, grande bisogno di servizio - soprattutto in fase di sviluppo - e prezzi in linea con il mercato, che - come ben sappiamo - non ha cuore e dunque non tiene conto né delle buone intenzioni, né della giovane età dei progetti né dei sacrifici che ci stanno dietro.
Il lavoro di Lasry - e la sua piattaforma Glass Factory - si sostanzia in un censimento di aziende medie, piccole quando non piccolissime, catturate in ogni angolo del mondo: dall'America Latina all'Asia Minore, dall'Italia alla Turchia, dalla Cina agli Stati Uniti. Un lavoro che sulla carta si presenta come altamente meritorio. In realtà, analizzando le opzioni che la piattaforma mette a disposizione sul suolo italiano, si scopre che molte di esse offrono solo lavorazioni accessorie (per esempio trattamenti in capo o ricami) e altre sono, a loro volta, intermediari che introducono elementi di opacità a scapito del controllo e del listino. Quando poi lo sguardo si allarga a contesti come Cina e Turchia, i quantitativi aumentano e superano abbondantemente la soglia già problematica dei 100 o 150 capi a modello. Alla fine, il lavoro di Lasry sembra più significativo per le domande che pone, e per l'approccio sistematico che introduce, piuttosto che per le soluzioni che offre. Quell'evidente mismatch tra designer e sistema di fornitura non sarà al momento risolto da Glass Factory.