Il cammino faticoso dell'economia sostenibile
Dai collant usati ai granuli di poliammide pronti per il riutilizzo

Il cammino faticoso dell'economia sostenibile


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Per anni è stato l'argomento più caldo. A cavallo del secondo decennio degli anni Duemila, non c'era azienda tessile, non c'era brand di moda, catena di negozi, occidentale o orientale, che non avesse innalzato la bandiera dell'ecologismo. Etichette di riciclato o di biologico provavano a lavare le coscienze, quando non riuscivano a pulire i prodotti. E che questa fosse, in larga parte, un'operazione di immagine lo mostrano i dati attuali relativi al consumo di fibre sintetiche vergini - poliestere innanzitutto - che restano le più diffuse e consumate al mondo. Vari rapporti dimostrano come questa rivoluzione resti largamente incompiuta, con una focalizzazione che oggi, dagli aspetti ambientali, si è spostata su quelli di natura sociale. L'argomento ecologico resta sottotraccia, come argomento commerciale di scarsa presa, ormai logorato da una narrativa che lo ha spalmato sul mercato con un eccesso di generosità che si è trasformato quasi in molestia.

L'economia del sostenibile, del riciclato, del bio derivato o del bio degradabile, resta così un movimento ampio, alimentato dai continui impulsi che provengono dal mondo accademico, ma che fatica ad attecchire e stabilizzarsi. Così i segnali che manda sono spesso contraddittori e di segno opposto. Ne sono un esempio due fatti di questi giorni. Il primo ha carattere negativo: all'inizio di giugno, la startup Keel Labs, specializzata in fibre di alghe e nota per la sua fibra Kelsun, ha dichiarato bancarotta ai sensi del Chapter 11 in North Carolina. L'azienda aveva raccolto 13 milioni di dollari di finanziamenti e collaborava con marchi come Stella McCartney e & Other Stories, del gruppo H&M. Prima di fibre derivate delle alghe, c'erano stati tentativi di introdurre materiali derivati da varie tipologie di scarti. Ma nonostante la buona accoglienza della stampa specializzata, e un primo, caloroso benvenuto da parte degli addetti ai lavori, quasi tutti i progetti di questo genere sono finiti su un binario morto.

Di segno opposto è l'operazione che sta arrivando a compimento proprio in questo trimestre. L'azienda francese di riciclaggio REC ha annunciato di aver avviato la produzione di cips di nylon ottenuti da collant, lingerie e da altri materiali in poliammide che provengono dal circuito di raccolta post consumo. All'inizio dell'anno REC ha inaugurato un nuovo stabilimento industriale a Joigny, nella regione della Yonne, recuperando un complesso industriale che era sede dell'azienda chimica Simel. Si tratta di un progetto industriale con un investimento complessivo di circa 5 milioni di euro, destinati principalmente ai macchinari: unità per la preparazione del materiale, la separazione dei componenti polimerici e l'estrusione della poliammide riciclata in granuli. L'obiettivo è quello di raggiungere una capacità produttiva di 50-100 tonnellate a partire dall'autunno.

Questa iniziativa è significativa perché il nylon, che rimane la seconda fibra sintetica più utilizzata al mondo, dopo il poliestere, si è sempre rivelato difficile da riciclare a causa della frequente miscelazione con l'elastomero. REC afferma che il suo processo è in grado di separare e recuperare il materiale, creando una materia prima che può essere reintrodotta non solo nel circuito della moda, ma anche in settori come quello automobilistico o elettronico. Se si tratti dell'ennesima promessa a vuoto, lo scopriremo a breve. Tuttavia, il quadro legislativo in rapido mutamento, e l'estensione dell'EPR anche alle categorie merceologiche del settore tessile, sta fornendo un impulso decisivo a questo ambito di economia che per adesso ha faticato a generare redditività.


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