Si è chiusa tre giorni fa, a Savelletri di Fasano, in Puglia, l'ultima edizione di "Business of Luxury", il summit che il Financial Times dedica da oltre vent'anni al settore del lusso. La scelta della location italiana non è ovviamente casuale. E non tanto per l'indubbia bellezza del resort, che già nel 2024 aveva ospitato un evento di portata internazionale come il G7. Quanto per la rilevanza strategica che il quotidiano economico americano riconosce all'Italia e alla sua industria manifatturiera. La tre giorni di dibattito si è aperta il 17 maggio e si è chiusa il 19, dopo aver cercato di fare luce su una delle congiunture peggiori degli ultimi anni. Questa la dichiarazione programmatica del summit:
"Negli ultimi anni, il settore ha vissuto una crescita straordinaria, trainata soprattutto dai mercati asiatici e dalla capacità dei marchi di trasformare il lusso in un'esperienza culturale, oltre che in un prodotto. Oggi però il quadro appare più complesso. I consumatori sono più prudenti, più attenti al rapporto tra prezzo e valore percepito, ma anche più sensibili ad autenticità, personalizzazione ed esperienza. Per molti marchi la sfida è mantenere esclusività e desiderabilità senza allontanare una parte della clientela, in una fase in cui i continui aumenti dei prezzi iniziano a pesare anche sui consumatori del lusso".
Tracciabilità, rilevanza culturale, desiderabilità sono stati i temi più ricorrenti, affrontati attraverso una serie di interventi che hanno portato sul palco alcune delle figure chiave del settore. Tra le altre, Delphine Arnault, CEO di Christian Dior e figlia del fondatore del colosso francese LVMH; Jonathan Anderson, direttore creativo di tutte le linee di Dior; Victoria Beckham, fondatrice e direttrice creativa dell'omonimo brand; Cédric Charbit, CEO di Saint Laurent; Gildo Zegna, amministratore delegato di Ermenegildo Zegna Group; Halide Alagöz, responsabile del prodotto e del merchandising di Ralph Lauren; Thom Browne, fondatore dell'omonima casa; Éric Vallat, CEO di Lacoste; Jonathan Kiman, responsabile marketing di Burberry. Insomma, quasi tutto il meglio del lusso internazionale. Comunque, un campione altamente significativo, chiamato in questo contesto a fare il punto su uno scenario globale dalla lettura veramente difficile.
Il rallentamento del settore è un fatto. Così come lo è la progressiva perdita di rapporto che i grandi marchi stanno registrando con un tipo di consumatore che non può o non vuole più farsi carico di certi prezzi. Non può pagare perché la ripresa inflattiva, così come la perdita di potere d'acquisto, non gli consente al momento di farlo. Non vuole, e forse non vorrà farlo neppure in futuro, perché stanno cambiando le priorità; non vuole perché si stanno rafforzando alcune istanze morali e non sempre il lusso appare convincente nelle sue risposte; non vuole perché l'intrinseca dimensione elitaria del lusso, alla fine, non è più tanto cool come una volta.
Tuttavia, sono un fatto anche certi, piccoli segnali di ripresa - almeno in termini di engagement - di case come Chanel, Dior o Gucci, a confermare che i cambi di direzione creativa un qualche effetto sembrano averlo ottenuto. Resta però da capire quanto l'effetto sia duraturo e quanto possa tradursi in una crescita economica. Che poi era il vero punto all'ordine del giorno della convention. Intanto, in Italia, le difficoltà del settore stanno emergendo anche attraverso la raffica di scioperi che hanno portato in piazza i dipendenti del gruppo Kering.