India vs Francia

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La presenza, tra i semifinalisti del prestigioso LVMH Prize, di una marchio come Kartik Research è indubbiamente significativa. Si potrebbe leggere unicamente come il frutto dell'attenzione ossessiva che il fashion system riserva a tutto ciò che odora, anche vagamente, di inclusività. E in effetti la composizione della rosa dei semifinalisti sembra costruita con un dosaggio che cerca di dare voce a tutte le possibili minoranze: culturali, sociali o identitarie che siano.

Questa lettura sarebbe quantomeno riduttiva. La scelta ponderata di Kartik Research, il marchio fondato nel 2021 a New Delhi da Kartik Kumra, intanto premia una realtà che sta crescendo bene e che si sta facendo spazio in Occidente ben aldilà della diaspora indiana. E' un attenzione che arriva da un pubblico sofisticato e che è stata in qualche modo ufficializzata anche da figure di primo piano come Lewis Hamilton, Joe Jonas e Kendrick Lamar. Il fatto che sia presente anche nel guardaroba del sindaco di New York fa certamente meno testo, viste le ascendenze di Mamdani.

La cosa più importante, tuttavia, è che dietro (o accanto) a Kartik Research ci sia una pletora di etichette che hanno in comune un forte radicamento estetico, oltreché produttivo, nel Sud Est asiatico, soprattutto tra India e Pakistan. Sono realtà piccole, ma con ottimi tassi di crescita, come Found di New York, Hargo e Rastah, così come l'ormai storico brand Kardo, fondato a Londra nel 2013 dal designer anglo indiano Rikki Kher.

In filigrana, nell'offensiva commerciale di queste realtà orientali si può leggere la perdita di egemonia culturale - e soprattutto economica - dell'Occidente. La moda ormai naviga in un oceano totalmente aperto dove hanno acquisito pieno diritto di cittadinanza anche voci che fino a ieri apparivano troppo esotiche e dissonanti. Non è il ritorno di fiamma di un certo orientalismo, che non sarebbe nuovo e che, anzi, ha toccato l'Europa fin dalle ultime decadi del XIX secolo. E' piuttosto la piena affermazione di un multiculturalismo che è diventato il tratto peculiare del villaggio globale del mercato.

Ma c'è di più. C'è il fatto che soprattutto l'India è detentrice di una tradizione manifatturiera e di una capacità artigianale che, sebbene con intonazioni totalmente diverse, è in grado di competere, e spesso prevalere, con quella italiana o francese. Da questo punto di vista, non c'è alcun altro contesto produttivo che abbia un così grande repertorio di lavorazioni e un'abilità così solida. Già oggi il mondo della couture - e non solo quello - attinge a piene mani dai laboratori indiani. Ma quello che fino a ieri restava sotto traccia, adesso può essere esibito senza problemi. Anzi, è il quadro normativo stesso che sta trasformando in obbligo questo tipo di trasparenza.

In un momento in cui il minimalismo estetico fa notevole fatica a legittimare il tenore dei prezzi, la sottile imperfezione del "fatto a mano" diventa elemento distintivo. Anzi, diventa uno dei pochi fattori in grado di assolvere un listino prezzi altrimenti scoraggiante. Se l'intervento artigianale diventa cruciale, anche nell'ambito della moda maschile, è chiaro che il sub continente indiano ha da dire la sua. E la sta dicendo.


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