Le scuole di design al tempo dell'Intelligenza artificiale

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Secondo i dati forniti da UCAS, ovvero dal portale centralizzato (Universities and Colleges Admissions Service) per l'ammissione alle università inglesi, solo nel Regno Unito vengono offerti oltre 200 corsi di laurea triennale in moda, con classi che vanno da poche unità a circa 50 studenti, in istituti come la Central Saint Martins e il London College of Fashion, per citare i due che rappresentano il vertice della piramide formativa del settore.

Ciò significa che quasi 5.000 nuovi laureati in fashion design entrano, ogni anno, in un mercato del lavoro che non è evidentemente pronto per un numero così elevato di giovani laureati. E che probabilmente non lo sarà mai. Tanto meno oggi e tanto meno domani, con il progressivo, e quanto mai rapido, sviluppo della AI, che sta rimodellando i ruoli di livello base: rimodellando e, almeno in parte, sostituendo. La verità è che entrare nel mondo della moda sta diventando sempre più difficile e le chance che hanno i giovani aspiranti designer sono sempre più simili a quelle di chi insegue un ruolo di titolare in una squadra di premiere league: nel primo come nell'altro caso, uno su un milione. O poco meno. Fortuna, si dirà. Oppure conoscenze giuste. Una congiuntura astrale favorevole che consenta di essere al posto giusto nel momento giusto. Criteri un po' vaghi per chi investe decine di migliaia di euro - fino a 50 mila dollari all'anno, nella Parsons di New York - per portare a casa una laurea triennale che forse aprirà le porte o forse no.

Logico che questo stato di cose stia inducendo una serie di riflessioni sia da parte degli studenti sia da parte di chi imposta l'offerta didattica. Almeno tre le tendenze che stanno emergendo in ambito internazionale. Prima di tutto si sta rafforzando il prestigio degli istituti che lavorano su numeri piccoli e piccolissimi: scuole selettive all'ingresso e selettive anche nei passaggi intermedi. E' il caso di La Cambre, la scuola di design di Bruxelles che ammette solo dai 15 ai 20 studenti al primo anno, con ulteriori bocciature e abbandoni che riducono il numero degli ammessi man mano che il corso procede. Si dice che la sfilata di fine anno abbia già attirato gli headhunter di Louis Vuitton. Anche l'IFM di Parigi opera secondo criteri analoghi, ma, alla selettività, la scuola francese unisce anche il coinvolgimento diretto delle grandi case del lusso. E questa capacità di dialogo con l'industria appare come la seconda ricetta per fare fronte alla grande sproporzione che sta emergendo tra l'esercito di candidati e i pochi posti disponibili. Il coinvolgimento delle imprese nella vita didattica non consente solo di aprire una via di accesso privilegiata agli studenti. Risponde anche al criterio di dare alla formazione un punto di vista più concreto e attuale, in un settore che è in rapida trasformazione sotto la pressione di social e AI. Infine c'è il progressivo recupero delle competenze manuali, che sembrano - sul lungo periodo - più al riparo dagli effetti della rivoluzione digitale. Molti docenti prevedono che le competenze artigianali tradizionali – come cucito, maglia, modellistica e drappeggio – diventeranno ancora più richieste.

Quello che è certo è che i ragazzi dovranno modificare la visione prospettica che hanno sul settore e sulla carriera, immaginando percorsi che non siano necessariamente finalizzati all'attività di design in senso stretto. Percorsi che trasformino la visione di stile, e le competenze correlate, in basi su cui fondare una collocazione nell'ambito del marketing, nella gestione delle vendite, addirittura nella gestione della filiera o in quella finanziaria. La proliferazione dei corsi in fashion management sembra suggerirlo.


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