Il grande pubblico probabilmente la conosce attraverso le collaborazioni con il marchio di lusso Louis Vuitton. La prima nel 2012, sotto la direzione creativa di Marc Jacobs, la seconda nel 2023, con un Pharrell Williams appena nominato ai vertici della Maison: enormi pois rossi in campo bianco hanno riempito vetrine, borse e grattacieli delle principali metropoli del mondo. Nonché la sede di rue du Pont Neuf, a specchio sulla Senna. E' il paradosso della cultura attuale: nulla sembra veramente esistere fintanto che i social non lo attestano. La realtà virtuale supera e certifica quella fisica. E il sistema moda è di fatto il demiurgo di un mondo sempre più disincarnato.
Eppure Yayoi Kusama esisteva anche prima che la moda gli desse evidenza. Ed è stata la sua arte, semmai, a ispirare tanti talenti che si sono espressi nell'ambito della moda. A breve distanza dalla sua morta - che risale al 14 agosto scorso - lo Stedelijk Museum di Amsterdam ha deciso di dedicarle una mostra che si inaugura fra quattro giorni e che resterà aperta fino al prossimo 17 gennaio 2027. Si tratta in realtà di un allestimento non inedito: dal 12 ottobre 2025 al 25 gennaio 2026 era passata dalla Fondation Beyeler di Basilea e successivamente, fino al 2 agosto scorso, era stata ospitata dal Museum Ludwig di Colonia. Ma la bellezza è negli occhi di guarda. E così, adesso che l'artista giapponese è morta all'età di 97 anni, guardare le sue opere sarà per tanti versi un'esperienza nuova e diversa. La prospettiva dello spettatore avrà un carattere definitivo.
Yayoi Kusama era nata nel 1929 a Matsumoto, una piccola città della prefettura di Nagano, a ovest di Tokyo. Fin dalla prima infanzia aveva sofferto di allucinazioni visive e uditive spaventose: tra le più ricorrenti, un'onda di pallini colorati che inghiottivano pareti, oggetti e coprivano la sua stessa pelle. Un disturbo invalidante che è poi diventato la matrice della sua arte. Negli anni 50 aveva lasciato il Giappone e si era trasferita a New York, senza soldi e con una valigia piena di disegni. Le prime opere americane sono le Infinity Nets, enormi tele a olio formate da reticoli ipnotici, come “Pacific Ocean” (1959) o “No. F” (1959), che di fatto rivoluzioneranno la scena artistica americana ed entreranno nelle ricerche del Minimalismo e della Pop Art. Negli anni Sessanta la sua ricerca si era quindi estesa agli oggetti, producendo la serie Accumulation. Celebre la poltrona "Accumulation No. 1" del 1963: una seduta completamente ricoperta da elementi in tessuto imbottiti e cuciti a mano con forme falliche.
Nello stesso periodo aveva sposato l'impegno civile. Nel 1966 aveva firmato l’installazione “Narcissus Garden” alla Biennale di Venezia, un’opera composta da sfere a specchio vendute dall’artista stessa a due dollari l’una per denunciare la commercializzazione dell’arte. In seguito, era stata protagonista di alcuni happening di protesta contro la guerra del Vietnam, come in “An Anatomy Explosion” del 1968, in cui aveva dipinto a pois i corpi nudi dei partecipanti davanti ai luoghi simbolo del potere politico.
Tuttavia, alla fine era stata travolta dal suo stesso successo. Il peso della sovraesposizione mediatica, la pressione continua del mercato nonché i suoi ricorrenti disturbi psicologici, nel 1973 l'avevano indotta a rientrare in Giappone, e - quattro anni più tardi - a ricoverarsi volontariamente presso l’ospedale psichiatrico Seiwa di Tokyo. Per quasi cinquant’anni la clinica è stata la sua casa. Ogni mattina Kusama usciva dal reparto, camminava per pochi metri fino al suo studio e passava la giornata a dipingere, scolpire e scrivere, mantenendo una disciplina monastica fino alla fine dei suoi giorni. Da questo rituale nasce la sua self-obliteration, l’auto-annullamento dell’ego: le sue Infinity Mirror Rooms e le sculture di zucche a pois che non sono altro che il tentativo di dissolvere la propria ansia all’interno di una ripetizione rassicurante. Poi, due settimane fa, la sua morte.