Louis Vuitton alla guerra del tè

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Risale alla settimana scorsa la notizia che il gruppo LVMH si è aggiudicato il primo round della causa milionaria contro la catena Molly Tea, un'azienda fondata nel 2021 a Shenzhen, nella Cina meridionale, che oggi conta più di 2000 tea-house sparpagliate nel mondo. La sentenza ha condannato la catena orientale a pagare alla casa francese 10,3 milioni di yuan (circa 1,5 milioni di dollari) a titolo di danni economici e spese legali. Secondo i giudici - e, ovviamente, secondo la controparte transalpina - il disegno floreale scelto dalla bubble tea house sarebbe troppo simile allo storico monogramma.

Anche senza essere esperti di copyright, l'analogia con il celebre emblema della Louis Vuitton è assolutamente evidente. In più, chi frequenta il settore della moda conosce assai bene la storica propensione cinese ad appropriarsi di simboli e opere d'ingegno occidentali senza curarsi troppo del diritto d'autore e di altre tutele legali. Da questo punto di vista, la sentenza segna un passo avanti e indica il chiaro intento dell'amministrazione cinese di volersi armonizzare con il diritto internazionale. Anche questo è un segnale di una mentalità che esprime un nuovo senso di protagonismo. Da potenza regionale, la Cina sta progressivamente assumendo la postura di potenza globale, l'unica in grado di assumere il ruolo di nuovo catalizzatore dell'economia mondiale, magari in una contrapposizione con gli Stati Uniti che stenta a trovare un punto di equilibrio.

Tuttavia, la sentenza - e soprattutto, gli strascichi polemici che ne hanno fatto seguito - è significativa anche da un altro punto di vista. Ovvero, perché lascia emergere il confronto culturale che si muove sullo sfondo. E anche l'orgoglio ritrovato di una cultura millenaria come quella cinese. Dal punto di vista storico, la casa francese ha sempre ricondotto il suo celebre monogramma - che si compone di tre fiori - alle piastrelle in maiolica di Gien con i fiori a quattro petali, elemento decorativo presente nella cucina della casa di famiglia ad Asnières. Georges Vuitton lo avrebbe ideato sul finire del XIX secolo, alla morte del padre. Un motivo composto dalle iniziali intrecciate del fondatore LV affiancato a un fiore con 4 petali racchiuso in un cerchio, un fiore a quattro punte e un diamante contenente, in negativo, lo stesso fiore. Più tardi, a questa leggenda domestica, se ne è affiancata una seconda, che ha ricondotto l'ispirazione di George Vuitton alla fascinazione per l'Oriente che in nelle decadi a cavallo tra Otto e Novecento aveva attraversato le arti occidentali, pittura in testa.

Proprio questo riferimento all'oriente, seppure indirizzato esplicitamente al Giappone, piuttosto che alla Cina, ha fatto a scattare, all'indomani della sentenza, una reazione negativa nei confronti della maison francese. Come se per vie legali si stesse consumando l'ennesima appropriazione culturale indebita. Tanti critici hanno messo in evidenza come il motivo floreale sia in realtà un elemento costante della cultura grafica orientale. E come, in ultima analisi, la tradizione giapponese sia riconducibile a una radice cinese. Paradossalmente, la vittoria legale potrebbe trasformarsi in una sconfitta commerciale, qualora l'orgoglio nazionale da contenuto sussulto possa trasformarsi in un terremoto. Con buona pace della realtà dei fatti, piuttosto evidente.


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