Lusso, l'eclissi dell'oggetto

Lusso, l'eclissi dell'oggetto


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L'oggetto di lusso si è ormai eclissato. Quella materiale non è più la sua dimensione prevalente perché l'esplosione dei prezzi ha reso tecnicamente impossibile una motivazione del listino che voglia ancorarsi a ciò che è strettamente tangibile. Accuratezza manifatturiera, trasparenza cristallina della filiera produttiva, sostenibilità ambientale e/o sociale, ormai, sono al massimo dei presupposti necessari. Ma non sono, e non possono essere, il vero elemento di scambio con il "consumatore", usando per brevità un termine che si sta rivelando sempre più inappropriato.

Il prodotto di lusso, infatti, non si consuma. Così come non si consumano un'opera d'arte, un brano musicale o un viaggio. Sono cose che si vivono; sono esperienze, sono mondi cui si accede, talvolta in forma molto esclusiva. Sono anche sistemi di valori cui si sceglie di aderire, con l'oggetto di lusso che diventa una sorta di vessillo, il simbolo di una realtà che sta ben oltre la dimensione materiale.

A questo riguardo, e a titolo di esempio, sono significativi alcuni dati che riguardano l'oggetto di lusso per eccellenza: la borsa Birkin di Hermès. Nella sua versione base (misura 25 in pelle Togo) si parla di un prezzo ufficiale di circa 10mila euro. Si tratta di un prezzo del tutto teorico, perché in pratica nessuno può semplicemente entrare in un negozio della maison parigina e, non dico uscirne con la borsa in mano, ma nemmeno con una promessa che posticipi la consegna di mesi o di anni. Non si tratta di comprare, quanto di accedere a una sorta di club esclusivo che richiede una lunga serie di requisiti: intanto, una capacità di spesa abnorme, ovviamente dimostrata acquistando beni della maison. E poi uno stile di vita in linea con l'estetica della casa, anche se su questo punto sembra che i direttori dei negozi abbiano una maggiore flessibilità.

Fonti interne a Hermès, ed autorevoli esperti di autenticazione, dicono che in un contesto come quello di Parigi, circa l'80% delle Birkin che circolano sono false. I falsi hanno raggiunto una tale livello di accuratezza che neppure i medesimi esperti sono più in grado di distinguere le copie dagli originali. Alcune inchieste condotte nell'ambito di chi alimenta il circuito del falso, hanno individuato una serie di contraffattori che operano da Istanbul. Si possono ordinare modelli su misura, esattamente come, teoricamente, potremmo farlo rivolgendoci alla maison. Questi falsari realizzeranno la borsa in tre o quattro settimane, utilizzando - a quanto si dice - pelli che provengono dalle stesse fonti produttive di Hermés e attraverso laboratori che impiegano personale formato e addestrato nei laboratori della stessa casa parigina. Da qui, il comprensibile imbarazzo degli autenticatori, che non hanno più alcun elemento materiale per distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Un super falso di questo tipo può arrivare a costare fino a 6/7000 euro, se ad esempio è in pelle di coccodrillo. Lo stesso prodotto, su un canale ufficiale, difficilmente costerà meno di 50mila euro, ossia sette o otto volte di più, nell'ipotesi inverosimile che sia accessibile.

Infatti la realtà è che quell'oggetto è inaccessibile. E tale inaccessibilità costituisce proprio la parte più importante del suo valore. La borsa si è trasformata in una sorta di opera d'arte, che stimola un possesso che prescinde dal suo utilizzo. Si compra per custodire; raramente per esibire. Si desidera esattamente come si desidera un'opera d'arte, il cui valore non è per nulla intaccato dalla diffusione di eventuali falsi. Anzi! E che la dimensione dell'opera d'arte stia diventando il vero paradigma dell'oggetto di lusso sembra innegabile. Ormai non c'è direttore artistico che non si ponga il problema della rilevanza culturale del proprio lavoro (a questo riguardo, si possono leggere le interviste che Demna Gvasalia a rilasciato subito dopo il debutto sulla passerella di Gucci). Un tempo si parlava di design. Era quello l'orizzonte del proprio lavoro, il suo ultimo approdo. Adesso è piuttosto la base su cui costruire un vettore che punta altrove. L'abito bianco in un jersey elasticizzato che ha aperto la sfilata della casa fiorentina ne è un chiaro indice: è un passo verso la nudità del corpo in cui l'oggetto è ridotto al minimo, senza alcun reale rapporto o proporzione con quello che sarà il suo prezzo finale di vendita.


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