Super Bowl o super Zara?

Super Bowl o super Zara?


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Nonostante sia un evento tipicamente americano, ormai ha assunto una portata globale. E non certamente per la sua dimensione strettamente sportiva. La verità è che milioni di persone continuano a ignorare cosa sia esattamente il Super Bowl ed è probabile che continuino a farlo anche in avvenire. Ciò che in pochi ignorano sono i personaggi che ruotano intorno a questo storico show che è andato in scena domenica 8 febbraio alle 18,30 al Levi's Stadium di Santa Clara in California. Sul palco, nell'attesissima pausa d'intervallo, il rapper Bad Bunny, il portoricano che ha già vinto tre Grammy Award, l'ultimo appena una settimana fa.

Entrando più in dettaglio, sulla base dei dati forniti da Launchmetrics - la piattaforma progettata per misurare l'impatto di PR, di influencer marketing e di eventi nel settore della moda e del lusso - nelle prime 12 ore dopo l'esibizione, le menzioni di Bad Bunny hanno generato il 39% della copertura mediatica del Super Bowl e quasi 170 milioni di dollari di impatto mediatico totale. Una fetta consistenza di questi milioni - si parla di 3,1 milioni nelle prime 12 ore - sono andate nelle casse di Zara, che ha vestito il rapper realizzando una serie di capi pensati e sviluppati appositamente per l'evento. Sono prodotti nati in una sorta di lavoro a quattro mani tra lo staff di Bad Bunny e l'azienda spagnola, che al momento non sembra intenzionata a commercializzare quei prodotti specifici.

Poco importa. E' molto più rilevante che uno spazio come l'halftime, che è super ambito e che qualunque marchio del lusso avrebbe volentieri comprato a peso d'oro, sia stato assegnato a Zara, non tanto e non solo per l'entità della sua offerta (che sarà stata presumibilmente mostruosa), quanto per l'orientamento del rapper e per il messaggio complessivo che voleva veicolare: inclusione, responsabilità e, usando le parole del rapper, "amore".

L'impressione è che in questa scelta si saldino due diversi sviluppi culturali, l'uno riflesso dell'altro. Da un lato, c'è una visione tipicamente occidentale che dalla sostenibilità ambientale dei prodotti si sta piuttosto spostando sulla sostenibilità sociale, scegliendo prodotti accessibili e intrinsecamente democratici. E sviluppando, di contro, una certa diffidenza verso ciò che è troppo esclusivo e selettivo. Dall'altro, come suo riflesso e sua conseguenza, c'è un'avanzata dei grandi retailer, che si sentono in un certo senso investiti della missione di elaborare e porgere al mercato un prodotto che sia, insieme, democratico e sofisticato, per tutti dal punto di vista dei prezzi senza essere banale o troppo povero.


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