Si apre domani al MoMu di Anversa una mostra dedicata ai sei stilisti che hanno rivoluzionato la moda di fine millennio e trasformato il Belgio in una delle grandi capitali creative del settore. La mostra, che appunto si intitola "The Antwerp Six" e che resterà aperta fino al 17 gennaio prossimo, celebra e ricostruisce il lavoro dei designer a quarant'anni esatti dal loro debutto sulla scena londinese. Per la prima volta, tutti e sei vengono riuniti in un'esposizione che analizza in profondità i loro percorsi individuali e il loro impatto collettivo nel mondo del design e della moda. Un'analisi che muove sin dagli anni Settanta, cioè da quando - ancora studenti - Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee hanno mosso i primi passi.
All'epoca la moda stava attraversando un periodo di rapidi cambiamenti, con le tradizionali case parigine che venivano sfidate da più parti: dal punk che arrivava da Londra con Vivienne Westwood e Malcolm McLaren, dalla scena New Romantic che fioriva in club come The Blitz, da Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo che sconvolgevano Parigi, dagli stilisti italiani come Versace e Armani che ridefinivano, insieme all'abbigliamento, anche il ruolo dello stilista. Cresciuti in questo stimolante contesto internazionale, che avevano conosciuto anche direttamente attraverso viaggi e prime esperienze di lavoro, i "sei" erano partiti dalle medesime aule della "Royal Academy of Fine Arts" per imboccare percorsi estetici molto personali e differenziati.
Anche il contesto economico è importante, e la mostra del MoMu (il Museo della Moda) lo affronta direttamente. Quando si laurearono all'inizio degli anni Ottanta, l'industria tessile e dell'abbigliamento belga era in difficoltà e il governo lanciò un piano quinquennale che prevedeva investimenti nei giovani designer attraverso concorsi e una campagna nazionale chiamata "Mode, dit is Belgisch" (alla lettera, La moda è belga). La mostra ripercorre il legame tra politica, industria e innovazione creativa, mostrando le diverse prospettive che ognuno dei sei ha saputo sviluppare nel tempo
Dries Van Noten ha costruito un linguaggio che ruota attorno a tessuti, stampe e stratificazioni culturali che attinge e mixa diverse tradizioni. La sua maison, che ha gestito personalmente fino al suo ritiro nel 2024, è uno degli ultimi grandi marchi di moda a rimanere al di fuori di un conglomerato del lusso. Ann Demeulemeester ha scelto il nero, muovendosi in uno spazio spazio tra forza e fragilità, e portando avanti un senso stilistico influente e poetico. Walter Van Beirendonck ha costruito la sua pratica attorno al corpo come luogo di fantasia, usando colore e provocazione per porre interrogativi su identità, desiderio e politica attraverso l'abbigliamento. Dirk Bikkembergs ha ancorato il suo lavoro allo sport, all'architettura e a una mascolinità spigolosa, ed è stato uno dei primi designer a prendere sul serio l'abbigliamento sportivo come linguaggio di design anziché come categoria commerciale, Marina Yee ha portato un approccio al prodotto incentrato sulla decostruzione e sul riutilizzo assai prima che la sostenibilità diventasse uno dei temi dominanti della moda. Dirk Van Saene, infine, si è mosso trasversalmente tra moda e arte, mantenendo un profilo più basso ma incidendo profondamente nella cultura del suo Paese.