Vesto, dunque SONO
Simon Homes e Stephanie "Sono" Oberg

Vesto, dunque SONO


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Un nome, un destino. O meglio, un soprannome - quello di Stephanie "Sono" Oberg - che racchiude il destino di creare abiti più per essere che per apparire. Abiti solidi, con un'estetica sottratta al tempo, con un'idea di lusso molto più legata a una visione intima di benessere che a un desiderio implicito di autoaffermazione.

I primi passi del progetto risalgono al 2003, quando la tedesca Stephanie Oberg, dopo cinque anni di formazione in fashion design all'università di Amburgo, decide di avviare un proprio progetto sotto l'etichetta Von Sono, letteralmente "di Sono", appunto dal suo nomignolo. E' un'attività che si affianca a quella di consulenza, portata avanti insieme al suo compagno, il designer inglese Simon Homes, per dieci anni a fianco di Paul Smith, fino a prenderne il posto, nel 2015, come direttore creativo nell'omonimo brand londinese.

Nei quattro anni successivi, più o meno fino al 2019, i due lavorano come consulenti in progetti del calibro di The Row e Christophe Lemaire. Soprattutto con quest'ultimo, si tratta più di un'affinità elettiva che non di un accordo di pura collaborazione. Quindi la svolta, quando Simon e Stephanie decidono di dedicarsi a tempo pieno al loro progetto, che diventa semplicemente SONO, con una presa di posizione ancora più netta riguardo al prodotto e alla sua funzione. Un prodotto che diventa proiezione del loro universo privato: caldo, accogliente, rilassato. Ma sempre con materiali molto ricchi e rigorosamente naturali: lane tracciate, cotoni organici per tessuti che hanno fatto dell'autenticità la loro cifra distintiva. Se i materiali sono quasi sempre italiani, la manifattura si sviluppa tra Francia e Inghilterra, lungo una filiera produttiva che ha frequenti incroci con nomi del lusso come Hermès o The Row. Una filiera di qualità assoluta ma che posiziona il prodotto Sono su una fascia piuttosto alta e selettiva.


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